Fontana di Galatea

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La fontana è collocata al centro del giardino, in corrispondenza del punto d’intersezione tra l’asse costruttivo principale del complesso (sud-nord) e l’asse stradario (est-ovest) dei viali che conducevano ai vasti possedimenti della famiglia Visconti Borromeo Litta, oggi nel territorio di Nerviano.

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Al bacino centrale si accede da quattro scale a gradoni delimitate da una balaustra in marmo di Candoglia, decorata agli accessi da otto supporti che reggono altrettanti vasi in pietra. Ogni scalinata è arricchita ai lati da coppie di statue di ninfe raffiguranti Flora e Pomona, Imeneo ed Euterpe, il Sonno e il Silenzio (rappresentati rispettivamente da una donna coricata e da una donna velata), e due ignote divinità campestri. La vasca centrale, in marmo bianco di Carrara, è sorretta da coppie di putti che reggono gli stemmi nobiliari delle famiglie Borromeo, Visconti, Arese e Litta. Dal bacino emergono due tritoni e una sirena avvolti tra le spire di un serpente marino, che sostengono la conchiglia centrale, operazione non priva di sforzo fisico come si evince dalle espressioni dei loro volti. Al di sopra di tale supporto sono adagiati la ninfa Galatea con al fianco Cupido, dotato di ali e faretra, e un altro piccolo tritone che regge tra le mani una conchiglia.
Secondo il racconto mitologico, citato nell’“Iliade” di Omero e nelle “Metarmofosi” di Ovidio, Galatea era una delle cinquanta ninfe del mare, figlia di Nereo e Doride. Dolce e amabile, nonché bellissima (il suo nome in greco significa “colei che ha la pelle bianco-latte”), ella si innamorò di un giovane pastore siciliano di nome Aci e fu da lui ricambiata. Tuttavia si invaghì di lei anche il ciclope Polifemo che cercò in tutti i modi di conquistare il suo cuore, esibendosi addirittura in una sinuosa melodia con il flauto. La giovane nereide resistette però al corteggiamento del mostro, scatenando così l’ira del ciclope che per separare i due giovani colpì Aci con un sasso uccidendolo. Galatea allora, disperata per la perdita dell’amato, trasformò il sangue di Aci nel corso di un fiume, affinché lo scorrere delle acque potesse rimanere ad imperituro ricordo del giovane, la cui vita era stata bruscamente interrotta. Il “Trionfo di Galatea” divenne uno dei soggetti iconografici prediletti dagli artisti del Rinascimento, che rappresentavano la ninfa seduta su una conchiglia o a cavallo di un animale marino, circondata da amorini.
Questo monumentale gruppo scultoreo fu realizzato a più riprese tra il 1720 e il 1786: iniziato da Stefano Sanpietro (m. 1715), fu ultimato alla sua morte da Carlo Beretta (m. 1764), e infine arricchito in età neoclassica dallo scultore Donato Carabelli (1760-1840) con l’aggiunta della ricca balaustra esterna e delle relative otto statue che la ornano.