Sala dei Centauri o Galleria che mette al giardino

12CE Galleria che mette al giardino (7)

 

Il vasto ambiente rettangolare, collocato al pianterreno ed accessibile direttamente dal giardino, era in origine ornato da una serie di venticinque tele oggi conservate presso l’Isola Madre, realizzate dai maggiori pittori milanesi del Seicento e raffiguranti storie tratte dall’Antico Testamento e dalla mitologia greco-romana. Ad esse si accompagnavano le decorazioni presenti nelle lunette raffiguranti il ciclo delle Virtù, conservate in loco fino al 1978 e oggi riproposte in copia fotografica dall’”Associazione Vivere il Palazzo e il Giardino Arese Borromeo”, allo scopo di far meglio comprendere la ricchezza decorativa della sala.

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La volta è caratterizzata al centro dalla presenza di tre affreschi uniti a costituire un’unica fascia centrale tripartita. La critica li ha attribuiti al pittore Ercole Procaccini il Giovane (1605-1677), che qui si esibisce in una grande prova di inventiva, sia nella realizzazione dei volti (tragici, ironici e in alcuni casi anche caricaturali), sia nella resa dei nudi possenti, in cui spaziano, solo per fare qualche esempio, citazioni colte dell’arte di Michelangelo e Rubens. Il tema raffigurato rappresenta i tre modi con cui l’Amore si manifesta.

Il primo episodio, infatti, raffigura l’amore tenero, ma poco accorto, delle divinità Aurora e Titone. La giovane è ritratta mentre si allontana dal giaciglio del vecchio consorte per spargere fiori di croco sulla terra, accompagnata da alcuni amorini in volo che la aiutano nel suo compito invitandola a non svegliare l’uomo. La storia che lega i due coniugi dalla differente età è quella di un desiderio d’amore sincero ma travisato negli effetti: la dea in grado di dischiudere le porte al Giorno si innamorò infatti del giovane e aitante Titone, fratello del re di Troia Priamo, ma nel chiedere per lui il dono dell’immortalità agli dei, si dimenticò di domandare anche l’eterna giovinezza e con il passare degli anni si ritrovò sposata ad un vecchio dalla voce stridula, che la dea stessa trasformerà in una cicala.
La scena centrale rappresenta l’amore violento generatore di mostruosità e raffigura la violenza di Issione sulla nuvola Nefele che, secondo il mito, condusse alla nascita dei Centauri, qui rappresentati da Nesso (sulla destra della composizione), che, a loro volta, rappresentano esseri lussuriosi, causa di molti patimenti per l’umanità.
Infine, il terzo episodio, raffigura l’amore nel suo senso più puro e fecondo, rappresentato dalla dea Venere, seduta su una nuvola circondata da amorini che le portano gigli e scagliano frecce magiche. Il suo culto, infatti, fin dalle origini propose l’amore come una forza naturale di cui il sentimento era solo un riflesso. Ciò portò poeti e filosofi greci a distinguere due diversi aspetti di Afrodite-Venere: l’Afrodite Urania, qui raffigurata, nata dalla schiuma del mare fecondata da Urano e simbolo per eccellenza dell’amore ideale; l’Afrodite Pandémos (pubblica), figlia di Zeus-Giove e rappresentante dell’amore libero e triviale.
La ricchezza di tali miti è però da leggersi in rapporto a precisi significati allegorici collegati alla storia della famiglia proprietaria dell’edificio e degli eventi storici che coinvolsero la società contemporanea. Il tema amoroso diventa così un pretesto per riferirsi alle unioni coniugali tra le famiglie Arese e Omodei, attraverso un matrimonio non violento, ma saggio e fecondo, dal cui legame non poteva che scaturire la fertilità delle terre cesanesi e del Ducato di Milano. Non mancano infine riferimenti alla politica del tempo e all’amore dei vassalli per i propri governanti spagnoli: come quello mitologico descritto nei dipinti, anche questo amore può essere distruttivo e violento, buono ma poco saggio, oppure, come nel caso di Bartolomeo III Arese, onesto, fecondo e portatore di pace e prosperità.