Galarietta fatta a Mosaicho

16CE Galarietta fatta a Mosaicho (1)

 

La “Galarietta fatta a Mosaicho” costituisce uno dei più significativi ambienti del Ninfeo, riccamente decorato con pitture e con mosaici in acciottolato di fiume bianco e nero a motivo geometrico-floreale, tra le quali spicca l’emblema araldico delle ali aresiane sormontato da una corona.

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Questa sala è caratterizzata dalla presenza, sulla volta, di tre affreschi raffiguranti virtù e allegorie, con i riquadri laterali racchiusi in cornici ottagonali. Questi ultimi furono eseguiti da Giovanni Stefano Doneda detto il Montalto (1608-1690), mentre il dipinto centrale, inserito in una cornice ovale, è invece opera di Giuseppe Nuvolone (1619-1703).

Nel medaglione centrale, è dipinta la “Carità moderata dalla Temperanza” rappresentata come una donna discinta che si sta facendo fuoriuscire latte dal seno, mentre una donna vestita di bianco mesce dell’acqua in una coppa. Questa rappresentazione è molto vicina al gusto barocco per l’ossimoro, infatti la carità è per antonomasia una virtù che non dovrebbe avere limite e che qui invece viene frenata dall’idea tipicamente classica di moderazione, espletata attraverso il gesto di versare l’acqua da un recipiente all’altro, mescolando la fredda con la calda per ottenere l’acqua temperata (da cui il termine latino “temperantia“) e dai morsi dei cavalli che la donna stringe nella mano sinistra. La critica ha proposto un’ulteriore interpretazione di questa scena, sostituendo alla figura della Carità quella della Natura che, ricevendo alimento dalla Temperanza, è in grado di saziarsi con poco e dunque rappresenta un esplicito invito a non esagerare con i piaceri, a moderare gli appetiti. Tale modifica prende avvio dallo studio dell’iscrizione latina presente nel dipinto, attualmente priva di senso a causa di errate ridipinture, che per la critica avrebbe in origine potuto essere “NATVRA PAVCIS CONTENTA” (= La natura è contenta con poche cose), tratta dall’opera del filosofo Severino Boezio “De Consolatio Philosophiae“. Questa nuova ipotesi di lettura, tuttavia, necessita ancora di essere suffragata da nuova documentazione.

Nel primo medaglione  è invece raffigurato il “Saggio che, recuperato il tempo con l’allontanamento delle passioni grazie alla Solitudine, si dedica alla Cultura”. Qui è raffigurato un uomo anziano e barbuto, dipinto secondo l’iconografia tradizionale del filosofo con in mano un libro su cui sta scrivendo e con di fianco una clessidra a rappresentare la coscienza dell’incedere del tempo, che viene avvicinato dalla personificazione femminile della Solitudine. Quest’ultima, affiancata alle immagini del coniglio e di un passero, entrambi animali solitari, è vestita di bianco e dai suoi piedi si dipana un cartiglio con una citazione tratta dal “De Republica” di Cicerone (libro I, 27), che ricorda come Scipione Emiliano Africano Maggiore considerasse felice solo colui che poteva affermare di “non essere mai meno solo di quando fosse da solo“.

Nel terzo medaglione, infine, è raffigurato l'”Ingegno favorito dalla Quiete”, come riportato anche nel cartiglio latino in esso dipinto. Qui la personificazione femminile della Quiete, seminuda con il braccio sinistro poggiato sopra un cubo marmoreo, viene dipinta accanto ad un giovane dalla veste dorata che regge nella mano sinistra uno scettro, sulla cui testa coronata brucia il fuoco dell’Ingegno. Quest’ultimo probabilmente raffigura Giulio Arese, il quale è dotato di scettro e corona perché chi acquista il dominio dell’intelligenza e della calma è il re di se stesso.

I soggetti raffigurati nei tre dipinti costituiscono le differenti rappresentazioni di un unico tema iconografico teso ad indicare l’ozio colto come possibilità dell’uomo di recuperare il contatto con se stesso. La grotta del Ninfeo diventa, dunque, il luogo di volontario esilio di Bartolomeo III Arese, il quale poteva discretamente dedicarsi agli studi alchemici e alla tradizione cabalistica sentendosi un nuovo Cicerone, in perenne equilibrio tra acutezza della mente e apertura al mistero, uomo di un secolo razionale e nello stesso tempo sacerdote di antichi riti. Questa sala si pone dunque come luogo di mediazione tra i temi religiosi e quelli mitologici e come ambiente dai poliedrici impieghi: cenacolo umanistico, luogo di meditazione e spazio espositivo, in cui mostrare alcune delle opere collezionate dalla famiglia Arese Borromeo. Nei secoli passati infatti tutte le sale del Ninfeo possedevano un ricco apparato scultoreo, di cui rimangono oggi solamente le testimonianze documentarie e gli elementi basamentali.