Cappella dei Santi Angeli Custodi e Sant’Antonio da Padova

La “Cappella dei Santi Angeli Custodi e Sant’Antonio da Padova” rispose alle esigenze devozionali di Bartolomeo III Arese di poter seguire le funzioni religiose all’interno della propria dimora, separato dal volgo e dal popolo di Cesano Maderno. Benché struttura privata, la cappella era sottoposta all’autorità della Chiesa e, in consonanza ai dettami stabiliti da San Carlo Borromeo, era aperta al pubblico. Per questa ragione la cappella fu realizzata, come spesso accadeva nelle nobili dimore lombarde cinque-seicentesche, attigua alla struttura architettonica del palazzo, con l’ingresso principale su strada e un percorso privato che collegava direttamente la tribuna della cappella con il piano nobile del palazzo. Una soluzione architettonica particolarmente suggestiva che, per rimanere al solo contesto del Sistema delle Ville Gentilizie fu adottata anche nella Villa Arconati di Bollate.

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L’oratorio cesanese si presenta con una pianta ottagona inscritta in un rettangolo, il cui asse longitudinale è parallelo al fronte stradale. L’ingresso all’edificio sacro, dunque, avviene attraverso un piccolo ‘tombino’ (stretto corridoio con funzione di passaggio), posto perpendicolarmente rispetto alla facciata del palazzo e allo spazio liturgico.

Le pareti interne sono scandite da lesene afferenti all’ordine dei giganti, che separano, alternativamente, spellature lisce sormontate da finestre e nicchie sovrastate da piccole tribune con balaustre dotate di grate lignee.

La decorazione della tribuna soprastante, molto compromessa dal passare del tempo e non in perfetto stato di conservazione, ad oggi è visibile solo sulla parete meridionale, dove è raffigurata una “Pietà” affiancata da San Domenico di Guzman e Sant’Antonio da Padova, co-titolare della cappella. È probabile che la dedicazione di questo oratorio sia legata all’origine iberica dei due santi (il primo è spagnolo e il secondo è portoghese) costituendo un’ulteriore attestazione della fedeltà della famiglia Arese alla corona spagnola. La dedicazione, comunque, risente anche della forte devozione privata di Bartolomeo III Arese per il fondatore dell’Ordine dei frati predicatori, comunemente chiamati Domenicani, la cui effige fu fatta collocare sul lato di Palazzo Arese Borromeo rivolta verso il Santuario di Seveso.

Più singolare è invece la raffigurazione collocata nella volta, nel quale è raffigurato “Cristo risorto”. Qui Gesù è rappresentato ammantato da un’ampia veste azzurra, seduto sulle nuvole e con la mano sinistra che regge una grande croce, mentre con la destra fa uscire dalla propria ferita sul costato un po’ di sangue destinato ad essere raccolto in un calice. Sopra la Sua testa è raffigurata la colomba dello Spirito Santo sormontata dalla figura di Dio Padre, trasformando il soggetto della passione nella visione trinitaria della salvezza dell’uomo, nota con il nome di “Trono di grazia”. In pieno Seicento, dunque, l’impianto iconografico cesanese attesta l’impegno della religione e della Riforma Cattolica nel rendere facilmente comprensibile il dogma trinitario, impiegando rappresentazioni figurative sentimentalmente coinvolgenti e didascalicamente corrette. Uno sforzo che doveva richiamare i fedele all’idea di un Dio “uno e trino”, che trovò rinnovato fulgore nel Quattrocento e nel secolo successivo, quando si affermarono anche eterogenei modelli di riferimento, tra i quali quello dipinto da Raffaello nella “Stanza della Segnatura” nel 1509 e quello tardo-quattrocentesco dipinto da Gil de Siloè per la Certosa spagnola di Miraflores a Burgos.

La “Cappella dei Santi Angeli Custodi e Sant’Antonio da Padova” fu consacrata nel 1668 e, di conseguenza, risulta coeva alla drammatica morte del giovane Giulio II Arese. Un periodo al quale si possono correlare anche i concetti di “vanitas” (la caducità dei progetti umani) e di “rusticitas” (la via di fuga offerta dalla cultura e dalla fede) che permeano gran parte delle decorazioni di Palazzo Arese Borromeo.

Le pitture realizzate all’interno della tribuna e sulla volta dell’oratorio, oltre che la pala d’altare, oggi riprodotta in copia digitale in scala reale, furono eseguiti dai fratelli Giovanni Stefano e Giuseppe Montalto, già attivi in numerose sale del palazzo cesanese.